Un blog che parla di green economy lontano dalle cronache ufficiali e dai comunicati aziendali. Le storie del mondo green raccontate da un altro punto di vista.

Scarti. Stoffe destinate al macero. Donne messe ai margini, rifugiate, vittime di tratta o con storie di dipendenza alle spalle. Anna Fiscale recupera i tessuti che nessuno vuole più, offre lavoro a chi è ignorato e ne fa un laboratorio di bellezza. “Quid”, il marchio di moda etica con cinque negozi e un fatturato che a fine anno supererà i 3,5 milioni di euro. Tutto è cominciato sei anni fa in un garage di Avesa, un quartiere di Verona. «Eravamo cinque compagni di scuola senza un soldo. Abbiamo iniziato grazie a 15 mila euro offerti dalla Fondazione San Zeno. Hanno ascoltato il progetto che volevamo realizzare e hanno puntato su di noi». Adesso Quid occupa due capannoni, ci lavorano in 120.

Ne ha fatta di strada il sogno di Anna e dei cinque compagni di scuola. Anche quello poteva finire tra gli scarti. Lei una laurea in Management delle relazioni internazionali all’Università Bocconi di Milano e un master in Scienze Politiche all’Università Sciences-Po di Parigi. É il 2013, Anna ha 26 anni e può scegliere tra due buone offerte di lavoro all’estero. Decide di scommettere sul sogno e insieme agli amici si rivolge alla fondazione San Zeno, istituita da Sandro Veronesi, presidente del gruppo Calzedona, per sottoporre un progetto: riciclare la stoffa scartata dai gruppi tessili e far lavorare rifugiati e vittime di violenza per creare un marchio di sartoria. Arrivano 15mila euro e le stoffe, nasce Quid, all’inizio con due sole dipendenti soci. Il primo anno si chiude con un fatturato di 90mila euro.

Dal garage si passa in uno scantinato e poi nei capannoni.

Il sogno si fa grande, le stoffe inutilizzate sono tantissime e vengono acquistate da grandi aziende a prezzi convenienti o donati. «Materiale che magari hanno prodotto in eccesso, ma non per questo sono scarti. Spesso si tratta anzi di tessuti di grande pregio. Disegniamo poi noi i modelli di abiti e accessori e li vendiamo nei cinque punti vendita che abbiamo nel nord Italia, oppure nei multibrand che distribuiscono i nostri prodotti».
I negozi diventano cinque e oltre cento in Italia vendono le collezioni create ad Avesa. A cucire i capi della linea di moda etica sono in 120, vengono da 17 paesi  di tre continenti, sono sopravvissuti a guerre, sfruttamenti, alcol e droga, usciti dal carcere. «Ci chiamiamo Quid perché i prodotti che offriamo ai clienti hanno quel cosa in più di un valore umano aggiunto, sintetizzato dal marchio della molletta che tiene unite realtà differenti impedendo loro di cadere», ha spiegato Anna. «Chiediamo solo che abbiano una buona manualità per imparare a lavorare con le macchine da cucire. Poi vengono formate per tutta la fase produttiva, controllo qualità compreso».
«Un mélange di storie, mani, sguardi e sogni che ogni giorno si impegna a creare una moda diversa», su Instagram la foto delle dipendenti al lavoro con fili e macchine da cucire.

Da compagni di scuola con un’idea e senza un soldo a #GreenHeroes, eroi dell’economia verde “premiati” su Twitter da Alessandro Gassman che scopre e racconta – insieme alla Stampa – storie di aziende e persone che fanno del bene all’ambiente.

Fonte: https://www.ilmessaggero.it/mind_the_gap/anna_fiscale_moda_etica_donne_rifugiate_tessuti_riciclati_mind_the_gap-4791139.html