Una mattina mi son svegliato e ho trovato….. l’articolo 65 del decreto sulle liberalizzazioni
La storia di un operatore di Sulmona, la CLEA srl e dell’impianto di Raiano in provincia dell’Aquila: perdite per 440mila euro oltre al blocco di investimenti futuri per altri 3 milioni di euro
Mentre le Associazioni di categoria del fotovoltaico, la CGIL, una parte della Confagricoltura e altre realtà associative come l’Associazione Nazionale Costruttori di Impianti (Assistal) levano gli scudi per chiedere a gran voce lo stralcio dell’art. 65 del decreto sulle liberalizzazioni, (quello che di fatto avrebbe cancellato gli incentivi per impianti fotovoltaici a terra sui terreni agricoli) gli operatori, dai più grandi ai più piccoli, stanno facendo i conti con le eventuali perdite qualora la legge non venisse stralciata.
“Una sciabola al cuore che fa grondare sangue”, come qualcuno ha definito il recente provvedimento del Governo che mette a rischio migliaia di euro di investimenti già sostenuti e altrettanti posti di lavoro. Il problema infatti è che, ancora una volta, il decreto arriva a cambiare le carte in tavola mentre i business plan sono già stati definiti e i soldi per costruire gli impianti già spesi. Nuove regole, imposte con effetto retroattivo che, secondo il Ministero dell’Agricoltura dovrebbero evitare, “il proliferare di impianti fotovoltaici a scapito dell’agricoltura, soprattutto nelle regioni meridionali” ma che di fatto al momento, sia pur corrette negli intenti, hanno solo creato ulteriore confusione e allarme tra gli operatori. Risultato: il settore è di nuovo paralizzato e gli investimenti, italiani ed esteri, sono congelati in attesa di eventuali risposte dal Governo.
Ma facciamo un passo indietro.
Il 3 marzo 2011 il cosiddetto decreto Romani stabiliva che i progetti fotovoltaici da realizzare su terreni agricoli già autorizzati a quella data non dovevano sottostare, ai fini del godimento delle tariffe incentivanti, ai nuovi limiti introdotti dal decreto stesso purchè venissero connessi entro un anno dalla pubblicazione, vale a dire entro il 28 marzo 2012. Il successivo Quarto Conto Energia dava attuazione al decreto introducendo le modalità di accesso dei progetti alle nuove tariffe incentivanti. IL GSE ha quindi predisposto le liste dei singoli progetti ammessi alle tariffe. Per realizzare un parco fotovoltaico della potenza di 1 MW ci vogliono circa 3 o 4 mesi, compresa la connessione, e una spesa complessiva di circa 2.5 milioni di euro. Supponiamo che un operatore abbia deciso di investire nella costruzione di un progetto in regola con i requisiti previsti dalla legislazione vigente, incluso nelle liste GSE. Sa di avere tempo per finirlo e connetterlo alla rete elettrica entro la fine di marzo, maturando così il diritto alle tariffe incentivanti. Prudentemente avvia i lavori per tempo e chiude tutti i contratti tra settembre e ottobre dello scorso anno. E’ dunque ormai prossimo al completamento dei lavori e ha già speso l’80/90% della spesa prevista. Nel frattempo però c’è un cambio di Governo e, lo stesso operatore, si sveglia il 25 gennaio 2012 e scopre che un articolo contenuto nel tanto discusso pacchetto liberalizzazioni ha cancellato il termine del 28 marzo 2012 del decreto Romani. Probabilmente l’operatore potrebbe pensare ad un errore ma nel frattempo l’investimento è andato in fumo e l’impianto ormai prossimo alla connessione potrebbe non aver più diritto alle tariffe incentivanti.
Tornando ad oggi, quindi in Italia ci sono centinaia e centinaia di impianti già realizzati, già posizionati nelle aree agricole, pronti per essere connessi ma di cui non si conosce il destino.
Un caso, su tutti, quello dell’impianto di Raiano (AQ), di potenza nominale di 105 kWp, finanziato interamente con capitale privato, del valore di 300 mila euro. A realizzarlo, la CLEA srl che ha sede a Sulmona in provincia dell’Aquila, di proprietà di Claudio e Leandro Malvestuto. Due fratelli che da cinque anni si occupano di realizzare e gestire impianti per la produzione di energia rinnovabile, con 16 dipendenti tra tecnici ed operai ed un volume di affari annuo di circa 7 milioni di euro.
“L’impianto”, ha spiegato Claudio Malvestuto, Amministratore della CLEA, “è stato ultimato ad ottobre 2011. Da quattro mesi stiamo aspettando la connessione da parte del Gestore di Rete e ad oggi l’impianto non risulta ancora entrato in esercizio. Impianto che, a regime, avrebbe dovuto ottenere ricavi annui pari a 32 mila euro di cui 22 mila dal Conto Energia e 10 mila dalla vendita dell’energia”.
“Qualora l’articolo 65 venisse confermato”, ha proseguito l’amministratore della CLEA, “avremmo una perdita complessiva di circa 440 mila euro oltre al fatto che abbiamo già ottenuto una delibera di Leasing per finanziare il costruito. Delibera che ovviamente verrà bloccata e che avremmo voluto utilizzare per la realizzazione di altre 2 operazioni della stessa natura su capannoni industriali nell’area industriale di Raiano e Sulmona. Queste aree, tra l’altro, si trovano nella Valle Peligna, territorio che rientra tra le zone in forte crisi elencate nel D.M. Sviluppo Economico 27 marzo 2008 ex art. C e che verrebbero di fatto “congelate” con riflessi negativi sia per la nostra azienda che per l’indotto occupazionale”.
“La sensazione che abbiamo”, ha spiegato ancora Malvestuto, “ è che noi imprenditori stiamo giocando una partita regolata da un arbitro invisibile (il Governo) che interviene per cambiare le regole solo a favore dell’avversario: in questo caso la crisi. Grazie al fischio di questo nuovo arbitro stiamo subendo una punizione un po’ troppo pesante: la perdita di 5 nuovi lavori per un totale di 1,500 kWP, vale a dire circa 3 milioni di euro e, se costretti, anche una riduzione del personale di circa il 30%. Pur non entrando nel merito della scelta di bloccare o meno gli impianti a terra ciò che chiediamo è di poter operare in serenità e nel rispetto di una legge, il decreto Romani, che già a suo tempo fu traumatica per il settore. Questo blocco, al di là del destino dell’ articolo 65, non ci sta consentendo di avere liquidità necessaria per l’avvio di nuove iniziative. Il modello finanziario da noi scelto (finanziamento al costruito) non è sostenibile e chi come noi ha deciso di utilizzare capitale proprio resta imbrigliato in un’iniziativa con un ritorno sull’investimento troppo lungo. “E poi”, ha proseguito Malvestuto, “i clienti potenziali decisi ad investire sul fotovoltaico sono in attesa di avere ulteriori chiarimenti. In un periodo di forte crisi è fondamentale scegliere investimenti sicuri e con ritorni certi. Questo provvedimento retroattivo ha solo aumentato la sfiducia nelle istituzioni e in pochi sono disposti a rischiare”.
“Un governo tecnico”, secondo l’amministratore della Clea, “dovrebbe avere l’accortezza di valutare gli effetti dei cosiddetti provvedimenti “urgenti” utili al risanamento del paese Italia ma a quanto pare sta commettendo gli stessi errori del passato. Speriamo abbiano il buon senso di rivedere l’errore commesso nella conversione in legge del decreto”.
“Purtroppo però il danno è fatto”, ha concluso Malvestuto. “Mi spiega come faremo a convincere i nostri clienti che si è trattato solo di una svista del legislatore e che ora possiamo andare avanti come se nulla fosse accaduto?”
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Tags: fotovoltaico
7 risposta




P.M.
Questo è l’effetto della diffusa carenza della cultura della gestione del rischio negli imprenditori italiani.
In diversi blog, da tempi non sospetti avevo messo in guardia gli operatori del settore circa il rischio reale di norme che avrebbero vanificato gli investimenti nel FV.
Ho cercato di far capire che il FV era più uno strumento finanziario (in piena bolla speculativa) che un investimento industriale. Ma sono stato più volte lapidato.
Pochi si sono degnati di considerare strumenti di copertura del rischio paese, rischio di mercato, rischio ambientale.
E di cosa ci volgiamo lamentare ora?
PM
Michele R
Caro PM,
la certezza del diritto in uno Stato che si possa chiamare tale deve essere tutelata.
Gli imprenditori italiani dell’energia rinnovabile, FTV in particolare, combattono q
Michele R
quotidianamente con cambi di regole, sempre peggiorative, ma almeno sino ad oggi potevano contare in un periodo di salvaguardia. Il decreto Romani, pur con tutte le difficoltà del caso, aveva lasciato uno spazio temporale sino al 28 marzo per allacciare gli impianti. Molti, noi compresi, sulla base di questa certezza ci siamo avventurati nella realizzazione dei ns progetti, studiati ed ottenuti con fatica.
Noi abbiamo lavorato oltre un anno per ottenere l’agognata autorizzazione rispettando tutti i crismi previsti, producendo tonnellate di carta che nessuno ha letto. Il ns obiettivo era quello di poter realizzare il ns parco ftv e quando siamo partiti lo abbiamo fatto con le certezze legislative appena promulgate (leggasi 3 conto energia e linee guida nazionali). Poi è arrivato Romani, poi è arrivato il 4 conto energia, poi il registro grandi impianti, poi la chiusura del registro per il 2 semestre, ora Clini e questo articolo 65 evidentemente scritto proprio male.
Per poter concretizzare tutto il ns sforzo siamo partiti nel novembre scorso con la realizzazione del progetto prendendoci tutti i rischi del caso sapendo che l’impianto doveva essere obbligatoriamente allacciato entro fine marzo. Abbiamo scelto solo componenti italiane in tuttoe per tutto. Abbiamo autofinanziato l’intero progetto convinti che le Banche poi, una volta allacciato, ci fossero venute a fianco. Do 2 numeri della cosa:
- 10 milioni di spese
- tempi di realizzazione 5 settimane
Ora cosa ci dovremmo aspettare: di perdere tutto???
Personalmente ritengo che spesi 10 milioni se ne possano spendere qualcosa di più per cercare di salvaguardare i ns leciti diritti acquisiti e, confidando che ciò non serva nell’attesa di vedere modificato l’art. 65, tutti i giorni continuiamo a migliorare il ns impianto
Lucia Navone
Grazie Michele per la testimonianza. Purtroppo nel nostro paese ci sono troppi diritti che si stanno dimenticando e trovo assurdo che degli imprenditori debbano anche tutelarsi per difendere ciò che era già stato dato per scontato. Che gli impianti a terra avessero bisogno di una regolamentazione è un dato certo ma non per questo deve prevalere, ogni volta, la logica del tanto ti dò, tanto ti levo. Torniamo come al solito alla mancanza di programmazione del sistema paese: senza piano energetico e senza piano industriale non si va da nessuna parte. Il Governo dei professori e, nel caso del Ministro Clini, dei medici, deve prima mettere mano al programma e poi eventualmente intervenire sulle leggi. Solo con degli obiettivi chiari ognuno di noi è disposto a fare la propria parte. A nessuno, penso, piace sentirsi preso in giro. Tantomeno i grandi investitori esteri di cui il Governo parla ogni giorno per rimettere in moto la nostra economia
andrea bonato
domani 3 febbraio sciopero a Carmignano di Brenta di tutte le aziende del fv padovano. la misura è colma.
Andrea Bonato FIM CISL PADOVA. CIAO LUCIA!!
massimo purgatorio
buongiorno a tutti,
partecipo al lavoro di una piccola azienda locale, con la quale abbiamo realizzato alcuni importanti lavori, sia a terra che sui tetti di strutture energivore che avevano per cappello l’amianto.
è a tutti chiaro e nel cuore , che , gli impianti a terra andassero regolamentati, ma è altrettanto chiaro che questa ulteriore mossa del governo attuale, è veramente una vergogna e una coltellata all’unica economia che riesce a produrre qualcosina in questa italia devastata da un male oramai ventennale, che stà demolendo , via via che si creano, qualunque risorsa che abbia un briciolo di economia nel sangue.
ma questi signori come sperano che si possano pagare le tasse, solo con gli stipendi dei dipendenti e dei professionisti onesti?
le tasse si pagano con la produttività e se non la tuteliamo con piani particolari che facciano da trampolino allo sviluppo interno, i futuri campi fotovoltaici, insieme ai principali già realizzati, serviranno solo a garantire le pensioni degli iscritti ai fondi di investimento stranieri, che godranno degli utili derivanti dagli incentivi sborsati con il sangue dei clienti enel e affiliati italiani.
quindi il vero problema non è riprendiamoci ciò che una legge senza motivo ci ha tolto dall’oggi al domani senza nessuna cautela o motivo, ma riprendiamoci tutta la produttività rubataci, dal grano, al latte, dalle industrie chimiche a quelle metallurgiche, riprendiamo in mano la parola lavoro e chi non ne conosce il significato, compri un vocabolario, e ci faccia il piacere di non volerci amministrare.
Lucia Navone
Grazie Massimo per il commento. Purtroppo però se leggi le pagine di questo blog anche questa nuova economia sta facendo i conti con i problemi del sistema Italia. Vediamo se le riforme, i tagli – retroattivi – e un buon vocabolario porteranno frutti nuovi. Ho qualche dubbio ma è anche giusto dare il tempo ai programmi di diventare tali. Nel frattempo però di piano energetico neanche se ne parla.